Nel periodo compreso fra il 2008 e il 2012 sono stati oltre 124 mila i padri che hanno fatto ricorso alla possibilità del congedo parentale: si tratta di un numero che, tradotto in percentuale, significa una crescita del 56%. La speranza è che tale percentuale indichi effettivamente una nuova dimensione del concetto di famiglia, con un numero sempre crescente di donne che possono finalmente aspirare a traguardi lavorativi importanti spesso preclusi. Ad ogni modo, però, le differenze di genere riguardo ai dipendenti in congedo parentale restano molto significative: nel 2012, ad esempio, su un totale di 269 mila richieste solo 28 mila erano riconducibili a uomini e ben 241 mila a donne.
Un altro dato interessante al riguardo è che l’età media dei lavoratori in astensione facoltativa risulta essere in crescita: gli over 40 sono passati dai 46 mila del 2010 ai 54 mila del 2012, mentre di contro gli under 30 sono passati (negli stessi anni di riferimento) da 43 mila a 38 mila. Riguardo alla suddivisione geografica, persiste una forte sproporzione sul territorio nazionale, poiché il 62% dei congedi parentali sono stati utilizzati al Nord e solo il 21,5% al Centro e il 16,5% al Sud. Un dato poco lusinghiero per il nostro Paese è rappresentato dal contributo pubblico per i congedi parentali, misurato per ogni nato in percentuale del Pil pro capite: in Italia tale contributo si arresta al 19%, mentre in Germania è pari al 27%, in Francia al 24% e in Gran Bretagna al 29%. Ancor più impietoso il paragone con Paesi come Svezia e Finlandia, dove il dato arriva al 59% e al 57%.
Il cambiamento in atto indica una nuova dinamica a favore dell’effettiva uguaglianza fra uomini e donne in ambito lavorativo anche se ancora persistono situazioni discriminatorie che vanno assolutamente corrette. A tal proposito è molto importante che le normative vigenti sappiano favorire l’emergere di una concreta e piena equità fra lavoratori e lavoratrici tutelando al 100% le donne che intendono svolgere al meglio il proprio ruolo di madre senza per questo dover rinunciare al raggiungimento di traguardi importanti nel mondo del lavoro”.
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